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Dimmi Qualcosa

Nota dell’editore: Siamo onorati che Simonetta Agnello Hornby abbia scelto Inspire the Mind per pubblicare questo testo teatrale inedito del 2015, su una famiglia disintegrata dalla droga e dal suicidio.


Photo by Patrick Gillespie on Unsplash

Prima Parte

 

Una stanza. O meglio uno spazio che potrebbe essere domestico ma il più essenziale possibile. Una poltrona. Un tavolo. Sedie sparse.

 

Sulla poltrona si intravede seduta la figura della giovane Laura. Dal fondo entra la nonna, Aida, e avanza sino al proscenio.

 

Aida:

Sei uscita stamattina? Non c'è in giro nessuno. Quando si dice la città deserta. Tutti chiusi in casa. Come noi. Allo spopolamento per ferie non crede più nessuno e invece ecco che si scompare, ci si volatilizza, ci si rintana, Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, di essere ricchi, di essere poveri, o semplicemente di esserci.  Siamo in una strana età, non credi? Ma vuoi sapere una cosa? Sono di buon umore. Oggi si fa festa.

 

Laura:

È il mio sette agosto.

 

Aida:

Il sette agosto. Quando sei nata non si trovava un taxi, non c’era un negozio aperto, siamo entrati in clinica e non funzionava nemmeno l’aria condizionata. Un’avventura.

 

Laura:

Tempo fa ho trovato delle foto. Deve averle scattate papà. La mamma è sul letto, sorride, dietro si vede una finestra aperta. Tu portavi una camicetta rosa.

 

Aida:

Io?  con una camicetta rosa? 

 

Laura:

Ma sì. Se non era rosa ci somigliava. Ed eri tutta spettinata. Anche il nastro per tenere I capelli è rosa, te la faccio vedere.

 

Aida:

Ho capito ho capito, la camicia che hai in mente era d’una seta arancio pallidissimo. Chissà che fine ha fatto.

 

Laura:

C’era un’aria felice.

 

Aida:

Quando nasce qualcuno… quando sei nata tu pensavamo tutti, e ciascuno in maniera diversa, che sarebbe cominciato un tempo migliore.

 

Laura:

Mi stai dicendo che non l’ho portato, quel tempo migliore.

 

Aida:

Ma tu che c’entri? E’ che siamo sempre sopraffatti dalla speranza in quelle occasioni.  Il mondo sa di nuovo.

 

Laura:

Nuovo. Mi fa ridere. Mi metto qualcosa di nuovo. Ho sentito qualcosa di nuovo. Dobbiamo fare qualcosa d nuovo. È buffo tutto questo nuovo. Tu sei sempre stata dalla parte del nuovo, vero? Hai vissuto perché succedesse davvero.

 

Aida:

Era molto bella quella camicetta. Poi l’ho regalata a tua madre.

 

Laura:

Hai fatto male.

 

Aida:

Buon compleanno, piccola. Buon compleanno.

 

(la bacia sulla testa)

 

Cosa c'è in questa testolina? So che non vuoi feste. So che non vuoi nulla. Mi son dovuta trattenere. Anche questa volta.

 

(le poggia la mano sulla spalla)

 

Avevo in mente un regalo, una sciarpa di voile e merletto, per coprirti quando ti lamenti di aver freddo. E ti lamenti sempre. Magari anche oggi…sei tutta ossa…

E‘ stata esposta nel negozio sotto casa dall’inizio dell’estate, ogni volta che ci passo davanti devo trattenermi dall’entrare, ti starebbe così bene. ma niente. Meglio di no, niente regali per Laura. Niente festa. Il nuovo ti fa ridere.

 

Laura:

La festa mi dà l’idea delle unghie che passano sul vetro.

Non sei contenta di trovarmi seduta nella vecchia poltrona di famiglia?

Vedi, adesso che dici “festa” mi viene freddo.

 

Aida:

No, non avere freddo. E non avere fretta. Proviamo a farla questa festa. Noi due soltanto. Avevi voglia di sorridere, io l’ho visto quando sono entrata.

 

Laura:

È vero.

 

Aida:

È vero, è vero, è vero. Sai cosa dobbiamo fare? Un rito. Richiamarci in vita. In fondo festeggiare una nascita non è altro che un rito. Dobbiamo solo concentrarci. Concentrarci come fanno I bambini quando giocano.

 

Laura:

Abbiamo giocato tante volte io e te.

 

Aida:

Proprio così. Ed è stato sempre bello.

 

Laura:

Cosa vogliamo fare? Sei sicura?

 

Aida:

Guarda un po’. Cosa sto facendo?

(Aida si mette in ginocchio e sembra cercare qualcosa)

 

Laura:

Stai cercando. Hai perduto qualcosa. Sei diventata cieca. Stai scavando. Sei un cane!

Non sei un cane qualsiasi. Sei un cane da punta. Che cosa stai cercando? Stai cercando me. Vero che mi stai cercando? Io ho perso la strada, io non so più dove sono e tu hai sentito il mio odore. Ho lasciato tracce, non posso sparire.

Sei così buffa. E se confondessi il tuo meraviglioso olfatto? Non mi serve nascondermi, basta che mi rotolo in qualche tana d’animale, dove ci sono odori forti.  E tu mi giri intorno impazzita. Gira gira e non mi trovi. Continua a cercare. Era così che facevamo quand’ero piccola, no? Continua a cercare!

Sai una cosa, era così bello quando lasciavo che tu mi trovassi. Sentivo un calorino azzurrino che mi circondava tutta. Entravo nell’azzurro. E se mi abbracciavi avevi davvero la dolcezza di un cane. I tuoi baci, umidi come linguate. Baci senza rancori. Quanto siamo andate avanti a giocare così? Ero piccola, ma non così piccola. Ti accarezzavo, ti scompigliavo I capelli, facevo finta di strapparteli. Certe volte ti facevo male. Lo sapevo, ma tu non lo facevi vedere. Ma poi ti carezzavo il volto, anche sulle spalle, sulla schiena. Avevi la forma della speranza. Tu mi trovavi e io mi abbandonavo dentro il cane che eri diventata.  Eri un grande cane femmina.

 

Aida:

Accarezzami.

 

Laura:

Non posso.

 

Aida:

È il nostro rito, anima mia.

 

Laura:

Aspetta.

 

Aida:

Ma come: aspetta?

 

Laura:

Ho bisogno di pensare.

 

Aida:

È la tua festa.

 

Laura:

Forse. … è il mio compleanno.

 

Aida:

Non scappare. Stai qui. Resta con me.

 

Laura:

Non è come allora.

 

Aida:

È sempre come allora. Basta volerlo.

 

Laura:

Zitta.

 

Aida:

Non dico una festa. Basta molto meno. lo vedo benissimo che basta molto meno, 

 

Laura:

Non c’è bisogno.

 

Aida:

Ecco “Non c’è bisogno.” “Togli, togli, togli.” “Lascia stare.” Non toccarmi.” “Non parlarmi”. “

Almeno un gesto. Quanto ti pesa un gesto, anima mia? Com'è che quel gesto non arriva? Stavamo giocando. 

Tu ti allontani leggera glissando sul pavimento come se levitassi. Trascendental meditation. Come tua madre ai tempi suoi. Anche tu leggera, trasparente. Come un’ombra.

 

Laura:

Di cosa stai parlando?

 

Aida:

Com'è che non lasci traccia? Tu non vuoi lasciare traccia. Altro che cane. Non sento più nulla. E così non ci si capisce niente. Tu ed io abbiamo condiviso, da quando sei nata; questa casa grande è tutta tua; così ho voluto, per il tuo bene, gioia mia!

 

Laura:

E allora? Adesso lasciami stare.

 

Aida:

Ho avuto una giornata pesante: forse devo lasciar perdere il laboratorio. I foulard di seta non piacciono più. E chi li compra si accontenta di quelli cinesi. Troppe beghe, gli impiegati che si lamentano, perfino gli stagisti. I clienti che non pagano… E tasse. Troppe tasse.  

 

Laura:

Sì, forse è meglio che lasci.  

 

Aida:

Vengo a casa e faccio fatica a trovarti dove ti ho lasciato. Hai idea di che cosa sto parlando? Avere a che fare con la gente. Render conto. Stare a sentire. Rispondere. Prestare attenzione. E risolvere I nodi, ammansire gli irati, abbindolare I potenti …

È tutta una vita che ho a che fare con la gente. E io so come si fa. Hai sentito? So come si fa. Eccome se lo so. Avrei voluto insegnartelo, inserirti, farti guadagnare soldi…  E tu invece “Non mi seccare, lo so com’è il tuo lavoro.”, mi rispondi. Sprezzante. 

 

Laura:

Quella era mia madre. Io non ho detto niente. Tu non mi hai offerto di lavorare con te. Volevi farmi un regalo?

 

Aida:

Non voleva sapere. Niente. Non parlava. La ritrovavo dove l'avevo lasciata, e non parlava.

Tu non vuoi sapere e io non riesco ad abituarmi.

Mi sono sempre chiesta cosa potevo fare. Per lei. E da quando siamo rimaste noi due sole, per te. E anche adesso che devo tenere insieme quel che resta di noi, comincio con quella domanda - Cosa posso fare. Cosa posso fare. E non mi fermo lì. Provo a rispondere, faccio, mi inguaio. Sento il picchiare delle parole che dico, che ripeto, che lego l'una all'altra, le sento mentre mi escono dalle labbra ma soprattutto le sento dopo battere come su un metallo, come se dovessi ricordarle tutte, come se non ricordandole perdessi la strada.

 

Ho cercato di spiegare a tua madre che si stava sprecando, che tutto quell’India non la portava da nessuna parte, che doveva smettere di buttar giù roba, roba, roba. Lei ingeriva troppo, a differenza di te. Con tua madre, l’inferno era sonoro. Oh, quante parole tornavano indietro, dopo le nostre liti, appena mi trovavo da sola. Intere conversazioni, non digerite, che si infilano qui sopra lo stomaco e poi salgono in testa. Le sento, le ripeto. Le sento adesso come allora, nel silenzio di questa casa in cui ho vissuto con mia figlia, la mia unica figlia. Non sono servite a niente. E allora si spezzano. Tornano come parole mal usate, scelte male forse. Odio questa eco che torna. Sono tutte voci che devono uscirsene, e non tornare. Sennò comincia il tormento, sennò sono cemento, e pesano.

Avrei diritto di liberarmi di questo bagaglio. Anzi, lo ho di già questo diritto. Mi sento vecchia. Ormai ho bisogno di requie. Mi dico – Aida, bisogna vendere!  Vendi questa casa e quando questa casa sarà venduta anche tu avrai requie, riposo. Avremo un’altra casa, Una casa diversa. Senza passato. Il nostro passato… Ma non possiamo venderla ancora.

 

(Aida gira intorno alla poltrona dove sta seduta Laura.)

 

Dobbiamo occuparci di tante piccole cose. Cose pratiche. E vorrei che tu ci fossi, Laura. Vorrei che mi aiutassi.  Prima di metterla in vendita.

Ci sono documenti in cui mettere le mani. E bisogna capire cosa possiamo fare per venderla al meglio. Laura, mi segui? Io ti ho lasciata fuori da questi impicci ma non è giusto. Capisci? Giusto. Bisogna fare insieme. Tu e io, così impari. Capisci? Fare. Io sono stanca. E poi si tratta di una proprietà che ti riguarda. E tua tutta tua, ricordi? Una donazione piena, senza riservarmi l’usufrutto e nemmeno l’alloggio. Così ho voluto per te, quando hai compiuto ventun anni. Tua madre mi rinfacciava di non averle dato quello che suo padre le aveva lasciato: certo che non l’ho fatto, si sarebbe mangiato tutto per comprarsi l’amicizia dei parassiti che le ronzavano attorno!

Diceva che ero la fonte delle sue disgrazie. Con te ho fatto l’opposto: ti ho dato tutto il mio. Tutto. In piena proprietà. E mi hai ricompensato restando. Mai una notte lontana. E tanto silenzio. 

 

(Aida le sussurra all’orecchio)

 

Questo silenzio. Come sei brava a trovare il silenzio.

Ti ricordi tuo padre? Era bellissimo, e ne era ben conscio! Un vero signore. Entrava in questa casa come volesse rendere omaggio a una regina. Lo si capiva da come avanzava nel corridoio, se l’era studiato bene quel suo modo di entrare, e il gesto con cui avrebbe voluto farmi intendere la sua devozione.

Fosse stato veramente devoto a tua madre, anziché’ assecondarla sempre.

Ecco, piccola Laura, non vorrei che restassi estranea a questa transazione.

Io so che cosa bisogna fare. Io lavoravo nel partito come segretaria; volontariato, che prendevo sul serio.  Quando avevo la tua età ero prossima a diventare manager nell’azienda di famiglia, e madre. E lo sono stata sempre, una madre. Una madre ancora bambina. Quel disgraziato di Leonardo mi mise incinta di tua madre quando meno me l’aspettavo. Rifiutai di abortire e lui mi sposò. Allora non era raro che un uomo di cinquant'anni si mettesse con una ragazza di venti e lui, che non aveva mai dovuto chiedere per avere donne nel letto, ritornò a farlo sotto I miei occhi. Un uomo indegno.

Ero ambiziosa, avevo un lavoro impegnativo, abitavamo in una casa grande e dispendiosa e una figlia piagnucolosa che se la faceva addosso quasi ogni notte. Ci sono riuscita. Figlia, casa, lavoro. E il partito. Tu non hai proprio idea. E neanche tua madre aveva idea. Lei voleva tutto e subito. Del resto, anche tu sei arrivata subito e ti ha accudita con devozione. Credevo che ti amasse. Ma aveva ripreso la droga, di nascosto, e tuo padre la aiutava. “Voglio tornare a Poona per un mese. La bambina la tenete tu e suo padre, andate così d’accordo” mi disse, “Ma se ha appena due anni e l’allatti ancora!”, le risposi, “aspetta almeno che si svezzi e vada all’asilo.”. Se n’è andata dall’oggi al domani, lasciandoti dalla portiera, una mattina. Lasciai il lavoro come una forsennata. Chiamavi la mamma e mi stavi incollata come un francobollo, braccia al collo e gambette avvinghiate alla vita. La notte ti coricavo con me. Cercavi il suo seno; mi aprivi la camicetta e mi succhiavi I capezzoli, poi urlavi di fame! Mordevi a sangue, ma ti lasciavo fare. L’uomo con cui stavo mi lasciò. Era geloso. Da allora ce ne sono stati altri, tutti rimpiazzabili - tu hai riempito la mia vita.

Abbiamo giocato al cane che ti trova, e ti ho trovata così spesso da non temere di perderti più.

 

(Aida passa davanti a Laura seduta senza ottenere alcun segno di risposta)

 

Fa caldo.

 

Non mi piace il notaio. Sembra un impiegato di provincia. Un manuale di reticenza. A un certo punto svia il discorso, o addirittura tace. Prima mi chiamava per nome, Aida. Adesso non usa neanche il cognome. Una volta ha detto che avevo un nome troppo ingombrante, cosa che mi ha fatto tornare in mente tuo nonno Leonardo che mi chiamava Dina, e tuo padre melomane che optava per Principessa. Principessa…mai più sentito… dopo…

 

Te l'ho già detto, lo so. Quando gli anni premono disordinati ai confini, si cerca di fare un po' d'ordine e l'ordine finisce per diventare ripetizione. Mi ripeto. Però la mia memoria è integra.

 

Laura, e adesso?

Mi lasci parlare da sola? Cosa vogliamo fare? Il nostro rito, la nostra festa.

O hai in mente di uscire?

 

Laura:

No.

 

Aida:

No. Come suona bene. No. Un no senza strascichi. No. Laura dice No e il mondo si rassegna. Fuori c'è tutto un mondo che si rassegna, e torna ad aspettare. A me piacciono i tuoi no. Sembrano le sculture primitive dell’isola di Pasqua, essenziali, pulite, senza tracce di decorazione superflue, totemiche. Appaiono dappertutto, quando uno meno se le aspetta.

 

Laura?

Laura non risponde. Laura è entrata nel suo tempio. Eccola lì, la Laura che non c’è.

 

Da quanto tempo siamo chiuse in questo appartamento, troppo grande per me, per te, perfino per tutti i nostri fantasmi.

 

Laura? Vado avanti? Continuo?

 

Tua madre, per esempio. È stata sempre una adolescente immatura, non è mai andata oltre. E quando si è trovata quel marito così accondiscendente, così innamorato della sua leggerezza, ha continuato ad esserlo. Non è più cresciuta. Ma forse lui non ne era innamorato. E quella di tua madre non era leggerezza. Era caos, era che non sapeva cosa fare dove andare con chi stare. Forse ti ha voluta per avere una compagna di giochi. Quando si è accorta di non saper giocare, ti ha mollata e ha mollato il marito che chissà, a modo suo cercava di salvarla; è ritornata una volta sola, all’improvviso. Non avevi ancora cinque anni, e lei si è presentata a casa una sera, proprio quando stavo per metterti a dormire. L’hai riconosciuta subito e hai voluto dormire avvinghiata a lei. Vi guardavo, e forse quello è stato il momento di maggiore felicità per noi tre. Tuo padre vi ha raggiunte qui ed è rimasto con noi.  Si vedevano in lui I segni del malessere, ma io non sapevo cosa fosse. Un anno dopo, per la seconda volta, lei se n’ è tornata in India, dio sa con chi, ed era il tuo primo giorno di scuola. Anche quella volta, senza alcun preavviso...

 

Vogliamo farci da mangiare qualcosa?

 

Laura:

Se vuoi.

 

Aida:  

Se voglio. Io non so se voglio, ma andare in cucina, preparare un piatto semplice semplice, versarci da bere, ecco quei gesti, uno dopo l'altro, sono un fatto. Un fatto inciso nello spazio orizzontale del giorno. Dimostra che amiamo la vita e che ci vogliamo bene. E si va avanti. Ti fa bene mangiare qualcosa. Sei troppo magra. Hai paura che succeda qualcosa? Si tu hai paura che succeda qualcosa. Del resto come non capirti. Tu sei stata circondata da gente che appena si muoveva faceva catastrofi.

 

Laura:

Dicevi che la casa è troppo grande.

 

Aida:

Era anche costosa. Quel meraviglioso giovane hidalgo che era tuo padre mi suggeriva di affittare stanze, o di creare una comune. Lui aveva un'adorazione per me. Stravedeva. Mi diceva che io avevo occhi diversi, che riuscivo a guardare lontano e in modo diverso dagli altri… e che nessuno se ne accorgeva… Sapeva bene che io ero, diciamo così, squadrata, ma non per questo rinunciava a vedere in me quello sguardo. Tuo padre non aveva senso degli affari. E neanche delle convenienze sociali. Ma se la cavava con tutta quella strana eleganza. Anche quando si è tolto la vita lo ha fatto con eleganza. Ha lasciato anche un testamento, in cui non si menzionavano proprietà ma promesse. Promesse di un mondo migliore. Anche per te. Ma non per tua madre. Lei era rimasta a Poona, così dicevano i suoi amici che tornavano per spillare denari ai genitori e ripartire subito. Non avevamo notizie dirette. Lui forse presentiva la verità: che lei non ci fosse già più e quelli ci raccontavano frottole pietose… Non era ancora arrivato il tempo del malessere, e dunque si era ben lontani da leggere in tuo padre la pena che lo tormentava, e che neppure le sue idee piene di vento medicavano.

Chissà cosa aveva in testa?

Era così giovane.

Era più giovane di te. Era scandalosamente giovane. E tua madre se ne accorgeva?

 

Laura:

Non l'ho conosciuta.

 

Aida:

Non è vero. A sei anni si hanno memorie. Ti voleva bene. Ma droga e ashram avevano la precedenza su tutto, compresa te. Se tu non l'hai conosciuta, nemmeno io l'ho conosciuta. Se non fosse stata una tragedia sarebbe quasi buffo. Ma non voglio pensarci. E non voglio che tu ci pensi. Tu non le somigli per niente. Ma oggi è il tuo compleanno, si può, oggi lei ti appartiene, e la vogliamo qui, con noi. In queste stanze vuote. Puoi ricordarla! Devi!

 

Laura:

Mi hai sempre detto che in realtà lei non mi aveva mai abbandonato.

 

Aida:

Ma certo, ma proprio così.

Dovremmo prepararle una piccola festa io e te. Io vi vorrei tutte qui. Lei, tu, io.

Il tuo compleanno lo celebriamo così. Tu, io e tua madre.

Ho detto una sciocchezza. Una sciocchezza sentimentale.

Ma l'ho detto perché non possiamo fare a meno di lei, né tu né io.

Non ho nostalgie. Il passato non mi riguarda. Chi si sente toccato dal passato? Lo abbiamo cancellato prima con furia, poi con diligenza. Eppure la mia forza viene da là. È come se avvertissi il cedere di mura qui dentro lo stomaco, e tutto quel cedere produce calore e il calore sale su verso il cuore, nel petto, mi riempie i seni. Sono stata troppo madre per sbarazzarmi del passato. Sono loro che se ne sono andati.

 

(Si avvicina a Laura e le prende la testa fra le mani. La ragazza cerca di divincolarsi con garbo)

 

Tu sei tutto quello che resta di quell'esilio. Tu sei piccola, dolce, sei l'ultima donna della terra. O almeno lo sarai, dopo di me.

 

Laura:

Ma non mi devi toccare.

 

Aida:

Aida non ti può toccare? Aida è immensa. Ha mani che possono contenere tutto quello che si perde.

Tua madre si lasciava toccare, le piaceva essere toccata, adorava I massaggi. E intanto mi guardava con quegli occhi liquidi, azzurri azzurri, quando le pupille non erano dilatate, allora sembravano due laghi di pece brillante con un bordo chiaro; le riempivano tutta la faccia. Mi aspettava, mi aspettava. Aspettava che tornassi a casa, che stessi dentro casa. Mi seguiva di malavoglia quando la portavo a cena con gli amici, alle riunioni del partito, alla feste, in vacanza. Talvolta perfino al lavoro. Sempre insieme. Aveva bisogno di me. Io allora non avevo tempo, mi sembrava che il tempo dovesse scorrere altrove, e guardavo tua madre come se fosse parte di una eredità che avrei lasciato al mondo, come se fosse stata una speranza non solo mia. Era così brava a scuola. Tu no, sei stata un disastro. Lei era scrupolosa. E ha scelto il suo uomo con scrupolo, e ha studiato la vita con scrupolo e si è buttata via con scrupolo, giorno dopo giorno. Si è buttata via. Come facesse i compiti, come glielo avessero ordinato.

 

Laura:

(si alza dalla poltrona, cammina, Aida la segue lentamente):

Non dovevamo andare in cucina?

 

Aida:

Hai paura? Tuo padre, quel giovane martire, non riusciva a farsi amare. Tua madre, ma solo quando era di buon umore, ci giocava come avrebbe giocato con un gatto. Era così attenta. Voleva che si divertisse. Lo seguiva con scrupolo.

 

Fermati, piccola. Perché non ti fermi? Non vuoi ascoltare più?

 

Laura:

Ho fame.

 

Aida:

Figuriamoci. Non hai mai avuto fame.

Dobbiamo vendere questa casa. Non capisco perché tutto vada così a rilento. Che cosa ci resta da vendere, poi?

 

 

Laura:

I gioielli?

 

Aida:

Mai quelli mai. Quelli vengono da lontano, dalla famiglia di tuo nonno, dalla mia. E poi non si toccano. Piuttosto la casa in campagna. Sta andando in rovina, ci passa vicino l'autostrada, il mare è lontano. Chissà che ci aveva visto Leonardo?  Un rifugio? Ma no ma no, un posto per portare le sue puttane, a loro, quando ce l'han fatta passare davanti, non dispiaceva neppure l'autostrada.

 

Laura:

Non erano puttane.

 

Aida:

E tu che ne sai? Tu sei una bambina. Guardati dagli uomini. Non perché siano mostri, per carità. Ti confondono, ti cercano quando hanno bisogno.

 

Laura:

(continua a girare in tondo, senza fretta, ma senza fermarsi)

Aveva un cancro nel cervello.

 

Aida:

A una nipote poteva dare un'idea, che so, di grandezza. E tu magari hai fatto in tempo a conoscere una di quelle sbarbine. Ma guarda un po' che parole mi escono fuori. Sbarbine. Fai bene tu che hai la memoria giovane. Il tuo vocabolario non puzza, non sa di vecchio, e quel che resta appiccicato sono forse solo cose buone, cose belle. È così, no? Fermati, Laura. Rispondi. È così, vero?

È strano. Tutto a un tratto ci troviamo a fare i conti, a misurare le nostre esistenze.

 

Laura:

Non tutto a un tratto. Lo facciamo sempre.

 

Aida:

Lo facciamo sempre? Lo facciamo sempre. Perfetto, fragolina, lo facciamo sempre. Sei saggia davvero oggi! E allora? Abbiamo altro da fare se non vedere passo dopo passo come siamo arrivate qui, a recitare questa scena di donne sole, con la generazione di mezzo assente?

Stai aspettando qualcuno?

 

Laura:

No, perché? 

 

Aida:

Sei distratta. Sei altrove. Non sei qui.

Perché non balliamo? Lasciati guidare.

 

Laura:

Ti prego.

 

Aida:

Oh, io ballavo, eccome! Mi piaceva. Anche a Leonardo piaceva, mi ha conquistato così. A volte mi seguiva a certe feste di partito solo perché poi si finiva a ballare. Vieni. Un valzer. Facciamo finta che vada un valzer.

 

(Laura sfugge alle braccia aperte di Aida e Aida fa due giri da sola)

 

Era bellissimo. C'era l'estate. Il caldo. Si sudava. I vestiti leggeri. C'era una grazia in quei balli che non ho più trovato. Non importava con chi si ballava, o forse anche quello aveva il suo peso, ma non sempre. La musica andava e noi dietro alla musica, ma non era una volontà, era una specie di necessità. E la mia era già una generazione che non aveva a che fare con i valzer, con i tanghi. Avevamo visto i nostri genitori, avevamo imparato da loro. Anche quelli, sembravano un po' più felici quando ballavano.

Ma tu proprio non vuoi, eh bambina. Tu vai in palestra.

 

Laura:

Non vado in palestra.

 

Aida:

Vedi io non so come riempi il tuo tempo. Non so cosa succede quando io sono al lavoro. Come stai, piccolina? Sei un po' felice?

 

Laura:

Ti prego. Lasciami stare.

 

Aida:

Non ti tocco, non ti tocco. Neanche la carezza del compleanno?

 

Laura:

Perché?

 

Aida:

Perché si, perché no, perché perché perché. Sai che ti dico? Vado a preparare un boccone.

 

(Aida esce quasi di corsa.

 

Laura torna a sedersi in poltrona.)

 

Laura:

Non metterti a cucinare.

 

Aida:

(dalla cucina)

Senza cucina le famiglie intristiscono, si spengono, viene...sai cosa viene? Viene la malinconia.

 

Laura:

(all’inizio parla quasi sottovoce)

Ma di che malinconia parli? Chi se ne frega della malinconia? Non fa che parlare di sentimenti, noi chi siamo cos'eravamo, come siamo diventate. Le generazioni. Il partito. Il marito. La figlia. I figli non nati. Le lacrime delle donne, la fragilità degli uomini. Non serve a niente.

 

Aida:

Che cosa non serve a niente fragolina? Di cosa stai parlando?

(rientra in scena)

io me ne vado e tu ti metti a parlare. Parlavi da sola?

 

Laura:

Ma no

(si lascia abbracciare da Aida)

 

Aida:

Ho le mani infarinate. Piccola piccola piccola. Sei così piccola in questa poltrona, in questa stanza, in questa casa. Sei un punto. E io ti guardo e so che ci sei. Lasciati andare, lasciati andare. Tu sei come tua madre non è stata mai. Una ragazza che vuole capire. Dovresti darci dentro con gli studi. Non mi racconti mai niente. E invece io so, e come se lo so, che tu stai scavando come una talpa nel pensiero, per tirarci fuori una idea. Basta che sia una, basta che sia un'idea.

 

Laura:

Perché ce l'hai con mia madre?

 

Aida:

Mi ha voltato le spalle. Due volte. Si è fatta sposare da un suicida gentile che l'avrebbe seguita all'inferno, ma non lo amava.

Devo tornare di là. Guarda come ti ho conciata.

 

(dalla cucina)

 

Ti faccio dei ciapati con la crema di carciofo, o con la marmellata di arancio. Cosa vuoi? Dolce o salato? Ci si mette niente a fare i ciapati. L'ho imparato in India tanti anni fa, quando Leonardo si era messo in mente di comprare una casa a Goa. Originale, eh? Uno stempiato hippie borghese con la sua casa a Goa. Però ho imparato a fare i ciapati e lui ha preso la casa sull'autostrada, quando l'autostrada non ci passava ancora.

 

(rientra maneggiando un pezzo di pasta)

 

Bastava chiedere in giro. Informarsi. Del resto poi abbiamo scoperto che la delibera era già stata approvata. Dovevano solo espropriare o pagare. Ma uno come lui avrebbe potuto saperlo. Quelli del mio partito me lo avevano fatto capire. Siete sicuri? E io ho detto: È mio marito che deve essere sicuro. E così tre anni dopo è arrivato il mostro.

 

(torna in cucina)

 

Quei camion di notte.  Una tortura. Bisogna venderla. Bisogna vendere tutto.

 

Laura:

Non li voglio i ciapati. Congela la pasta. Del vino, c'è?

 

Aida:

Ecco che non hai più fame, quando prima l'avevi. Cosa devo fare con te? Come festeggiamo il tuo compleanno?

 

Laura:

Ho invitato qualcuno.

 

Aida:

Mi avevi detto che non aspettavi nessuno.

 

Laura:

Mi ero sbagliata.

 

Aida:

Ma come ti eri sbagliata?

 

Laura:

Non è detto che venga.

 

 

Aida:

Ma chi?

 

Laura:

Non ti interessa.

 

Aida:

Ma cosa dici? Ma come parli?

 

Laura:

Lasciami stare.

 

Aida:

Ma no che non ti lascio stare. Ti è successo qualcosa? Di cosa non mi sono accorta?

All'improvviso metti su quella faccia. Fragolina, c'è qualcosa che non va?

 

Laura:

È da un bel pezzo che non ti accorgi più niente. Tu parli, parli e non ti accorgi che il mondo passa sotto le tue parole. Tu ti riempi di parole.

 

Aida:

Ma non capisco.

 

Laura:

Ecco appunto, non capisci. Vogliamo mettere un punto.

 

Aida:

Ma quale punto? Ti ascolto io. Sto zitta. È il tuo compleanno.

 

Laura:

Ecco appunto, è il mio compleanno.

 

Aida:

Ecco appunto, ecco appunto. Laura, vedo solo conseguenze.

Dimmi cosa devo fare.

Devo fare qualcosa?

Credi che io non sia capace di ascoltare? E come se sono capace.

Laura!

Facevi così anche quand'eri piccola. La saracinesca. Abbassavi la saracinesca e non c'era niente da fare. Ma adesso siamo... Adesso siamo... Grandi?

 

(ride istericamente)

 

Possiamo mai dirci "grandi"?

 

Laura:

Prendi il vino.

 

Aida:

È pronto. Ma io voglio sapere.

 

Laura:

Brindiamo.

 

(Aida esce e torna con bottiglia e bicchieri)

 

Aida:

Noi adesso brindiamo fragolina, ma poi tu mi devi dire. Nessuna saracinesca. Non torniamo indietro.

 

Laura:

Dammi il bicchiere.

 

Aida:

Ma è vuoto. Aspetta.

 

Laura:

Dammi il bicchiere vuoto.

 

Aida:

Perché?

 

Laura:

Faccio un brindisi. Secco.

 

Aida:

Ma cosa dici?

(tenta di riempirle il bicchiere)

 

Laura:

Ferma. Devi stare ferma. Auguri. Solleva quel bicchiere. Fammi gli auguri.

Anzi no. Non dire niente. Faccio io. Evviva. La vita non cambia. Ma si possono trovare delle soluzioni. Solleva il bicchiere, sollevalo. Così è perfetto. Così si vede che mi stai augurando un maledetto nuovo compleanno. Non sgranare gli occhi. Ho detto maledetto. Ma non conta niente. Quel bicchiere! Più su! Devo uscire. Ti lascio a meditare. Ci vediamo più tardi. Non girarti, non ti muovere. Auguri.

 

(Aida resta con il bicchiere sollevato in proscenio. Laura esce di quinta, lentamente.)

 

Buio

 

 

Seconda Parte

 

Aida:

Dove sei?

Cos’ha voluto fare? Hai voluto dirmi qualcosa? O hai voluto punirmi?

Sono una donna pratica, lo sai bene, e mi piace essere una donna pratica.

A te e a tua madre, a tua madre senz’altro, è sempre piaciuto interrogarvi, mettervi davanti allo specchio, e lì aspettare che la vostra immagine vi rispondesse.

Dove sei andata? Avevo un regalo per te. È arrivato qualcuno? Deve arrivare qualcuno? Non siamo più abituate a ricevere.

Se ti fa piacere, possiamo farlo.

Laura? Che schifezza di spumante.

 

(riappare Laura alle spalle di Aida)

 

È arrivato qualcuno?

 

Laura:

Tu sei una donna bellissima e dovresti sposarti.

 

Aida:

Ma cosa dici?

 

Laura:

Dico quello che ho detto.

E adesso facciamo un altro gioco. Facciamo quando tu ti sposavi di nuovo.

Io me lo vedo l’uomo per te. Magari appena un po’ più giovane. Uno che ha sempre voglia di fare l’amore e lo si vede, da come ti guarda, da come ti mangia con gli occhi.

Ti prende sottobraccio, ma poi allunga il braccio intorno alla vita, ti stringe, ti tocca il seno.

 

Aida:

Ma cosa fai?

 

Laura:

Quante donne possono essere così attraenti alla tua età? Io non ne ho viste.

Siediti. Il tuo uomo ti vuole elegante, ma non quell’eleganza tua, tutta beige ed ecru. Ti vuole colorata. Che cosa ti metti per il matrimonio? Non vorrai mica portare il bianco.

Io ti vedo in rosso. Un carminio di seta. Devi dargli retta?

 

Aida:

Sei pazza. Cosa devo fare?

 

Laura:

Dargli retta. Obbedire.

Tutte quelle cose che ti dice di fare, falle. Falle di notte, falle di giorno.

 

Aida:

Laura?

 

Laura:

Sei diventata così bacchettona?

 

Aida:

Che c’entra? Sei mia nipote.

 

Laura:

E allora?

Sono io che ti porto all’altare. Ah sì, perché questa volta ti sposi in chiesa, non in comune.

 

Aida

Sì, in chiesa vestita di rosso.

 

Laura:

In chiesa vestita di rosso. Rosso cardinal.

Ma se non ce la fai possiamo cambiare colore. Un blu forte, elettrico, Spalle scoperte. Stretto in vita. Andiamo insieme da un sarto. Un sarto gay che ti trovi spettacolosa e ti elegga sua icona.

 

Aida:

E tu cosa ti metti?

 

Laura:

Io non lo so, ma io sono la tua piccola scorta, il tuo valletto. Devo scomparire.

 

Aida:

Perché non ti sposi tu?

 

Laura:

Se mi sposo io diventa tutto serio. Che gioco è una maggiorenne che si sposa. È la solita catastrofe. Ma tu!

Le donne hanno sempre giocato a sposarsi, non puoi averlo dimenticato, e chissà quante volte lo hai desiderato. Tu sei ancora bella. Non c’è nessun privilegio nell’essere giovani, nemmeno quando si è belle.

 

(le lega un nastrino intorno alla testa)

 

Guarda come stai bene.

 

Aida:

È vero. Mi sento bellissima.

 

Laura:

Perfetto.

Ora dobbiamo trovarlo quest’uomo. Non sarai mai sola. La vita ricomincia, Aida.

 

Aida:

Mi fa impressione quando mi chiami per nome.

 

Laura:

Non lasciarti impressionare. La vera festa è appena cominciata. Io vado di là.

Abbiamo celebrato le tue nozze. Adesso arrivano le vere sorprese.

Bevi dell’altro spumante. Ti piacerebbe avere un ospite?

 

Aida:

Ma quale ospite? Dove vai? Laura!

 

(Sola, Aida siede sulla poltrona)

 

Ho bisogno di tutta la mia volontà.

Che cosa è successo? Non ho visto nulla.

Siamo rimaste troppo sole in questa casa troppo grande, troppo vuota, troppo estranea. Non abbiamo costruito nulla in questa casa.

Il mondo è scomparso, questo lo so fin troppo bene. Gli anni del partito, gli anni in cui c'era effettivamente un luogo in cui stare, ah sono anni troppo lontani. Gli anni degli ideali: giustizia uguaglianza felicità. Sono così lontani che si son portati via anche la memoria. Possibile che io sia rimasta così sola e non me ne sia accorta?  Ma certo che me ne sono accorta, ma non abbastanza ma non abbastanza.

Non mi è mai piaciuta la nostalgia e allora via! Ho tagliato di netto. Mi è sempre piaciuto finire prima di finire. E adesso? E adesso sono qui con una ragazza che mi ha lasciato qui con il suo compleanno. Sono la sua festa abbandonata.

 

Quando mi hanno portato la bara (con il cadavere di tua madre) non ho pianto. Lo sapevo che sarebbe andata così, era un relitto. Un relitto meraviglioso ma un relitto. Non so quanta droga ci voglia per morire come ha fatto lei, ma lei lo sapeva, eccome se lo sapeva, e lo sapeva anche quell'angelo dagli occhi verdi che l'ha lasciata fare, l'ha accompagnata come fossero in una scampagnata di primavera, sulle loro biciclette. Non hanno mai smesso di essere giovani.

 

E io quando ho smesso? Lo sono mai stata? Devo fare qualcosa. Non posso star qui seduta ad aspettare.

 

(è entrata Laura)

 

Laura:

Ecco, non aspettare più.

 

Aida:

Dove sei stata? Avevo un regalo per te. Tieni.

 

(le porge un pacchetto)

 

Dove sei stata?

 

Laura:

Non ti interessa. Cosa c'è dentro?

 

Aida:

Ma certo che mi interessa. È un regalo.

 

Laura:

Sono andata a farmi mettere incinta.

 

Aida:

Ma cosa dici?

 

Laura:

Vediamo. Da dove comincio? Dai soldi. Non ce n'è. Non ne hai abbastanza. E quando parli di vendere vai per le lunghe. Questa tomba di casa è una caserma abbandonata, è un magazzino di niente. Dici che praticamente non ci ha vissuto nessuno, che non è stata la casa di una famiglia. Vero. Sono d'accordo.

Lo apro dopo il tuo regalo. Quando è tutto finito.

 

Aida:

Leonardo aveva pensato in grande...

 

Laura:

Ora ti racconto. Te la racconto io, questa casa.

Il pianerottolo è deserto, non ci vive nessun altro su questo piano. L'altra porta d'ingresso è chiusa, l'abbiamo chiusa per sempre. Un secondo ingresso è pericoloso, può anche essere una via di fuga, giusto? Murato. E allora io infilo le chiavi nella porta del nostro appartamento con un occhio pietoso su quell'altra porta che non ci riguarda. Entro. E tu lo sai lì comincia un corridoio infinito, sempre buio o quasi sempre buio perché chi le ripara quelle lampadine saltate e troppo alte? Io no. Tu no. Una volta forse veniva qualcuno a cui poter chiedere il favore. Ora non più. Buio. È buio. Questa è la nostra casa. Lo sgabuzzino di destra, chiuso. La porta scorrevole sull'armadio, scassata, non scorre più. Poi la studio che è stato di tuo marito, chi ci è più entrato? E vicino la camera che lui occupava o diceva di occupare quando non dormiva con te. Chiusa. E di fronte un salotto di primo ricevimento. Una volta ho dormito sul divano che ci hai lasciato prima di vendere il resto. Non riceviamo nessuno. Ed ecco finalmente il corridoio gira a gomito. Il bagno del nonno. Un antibagno deserto grande come il salotto. Sono stanze di cui non sappiamo nulla.  Buio. Ci fosse almeno traccia di fantasmi. I fantasmi, i fantasmi. Presenze. Bisbigli. Figure senza sostanze. Ci fossero almeno quelli. Non ho mai avuto paura. Neanche da piccola, in tutto questo buio. Eppure per arrivare qui dove siamo, ho sempre accelerato il passo. Il salone vuoto. Il contro salotto vuoto. Questa sala da pranzo, chi si ricorda più di averci mangiato.  Abbiamo una cucina così bella, no? Non è sempre stata la tua fissazione? Cucinare. Stare in cucina.

 

Aida:

Ho anche provato a insegnarti...

 

Laura:

Non hai diritto di parola.

 

Viviamo qui fra gli odori di minestra e la notte. Fra il fritto e la morte.

Il bell'appartamento della principessa Aida.

 

È qui che ho imparato a non sentire più niente. Tu che sei piena di sentimenti, tu che la fai lunga sulle ragioni del cuore, tu non puoi sapere. Io me lo ricordo mio padre sai, mi ricordo benissimo come carezzava la fronte di mia madre quand'era distesa per terra. Ricordo bene come a un certo punto si è girato e ha provato a guardarmi. Era uno sguardo che mi cancellava via che mi diceva ciao piccola, io non resto, io vado, anche io vado a fottermi, o altrimenti detto "seguo la mia sposa", scendo agli inferi con lei, e guai a chi mi segue, siamo stati gente di passaggio, fiori da niente, non abbiamo creduto possibile, non abbiamo creduto.

Tu hai cercato di portarmi via, anzi mi hai portato via, e così sono stata cancellata due volte, anzi tre. Quella drogata di mia madre è stata la prima. E tu adesso magari pensi, o lo hai pensato allora, questa bambina come farà, come reggerà dopo aver visto queste scene? E la stessa cosa hai pensato quando mio padre si è appeso alle condutture idrauliche di un garage. Me lo hai descritto. S’era impiccato gentilmente, mi hai detto. Ma io ho provato solo qualcosa che somigliava a un pizzicotto. Sai? Un pizzicotto. Una cosa così. Non un male grosso. E tu hai cominciato ad allungare i tuoi tentacoli, ti gonfiavi, tu diventavi il mostro pietoso della mia infanzia di dolore. Tu credevi di portarmi lontano e mi chiudevi dentro questo ventre di balena, dentro questo vuoto.

 

Aida;

Cosa vuoi dire?

 

Laura:

Adesso devi stare zitta, hai capito. Non hai più diritti.

 

Aida:

Prima o poi doveva succedere.  Tiralo fuori questo veleno.

 

Laura:

Ti pare veleno? Ma no. Non ne ho di veleno. Non ho niente. Però c'è una cosa che non hai ancora capito. Che oggi è davvero il mio compleanno. Il tempo è dalla mia parte.

Ho invitato il notaio Varikis. Chissà se mi porta anche lui un regalo?

 

Aida:

Hai invitato il notaio?

 

Laura:

Ho invitato il nostro giovane notaio.

 

 

Aida:

Viene qui? Vi conoscete?

 

Laura:

Come no? Ci conosciamo. Più esattamente: ci frequentiamo.

 

Aida:

Non capisco.

 

Laura:

Ma è ovvio. Mi hai sempre ripetuto con un soffio di rimprovero, che non partecipavo. Invece, io ho preso l'iniziativa. Sono andata nel suo ufficio, mi son fatta raccontare i miei diritti, ho letto le carte del nonno Leonardo, ho scoperto che bastava una piccola mossa per renderti, diciamo così, inoffensiva. Avresti potuto, che so, destinare la proprietà al tuo vecchio partito, a una chiesa, a una organizzazione benefica. Non lo hai fatto. Mi hai lasciato entrare nella maggiore età come fossi una nipote affettuosa, attenta, e soprattutto grata. Io sono più vecchia di te. Non ho speranze. Non ho fame, a volte mi nego perfino l’acqua. Forse sono malata, ma sono una malata con una mente che lavora, quando ha voglia di lavorare, come un orologio. Tic, tac, tic, tac.

 

Aida:

Malata? Cosa intendi con malata?

 

Laura:

Come la chiameresti una donna di vent'anni che vive dentro questo magazzino, praticamente da sola...

 

Aida:

Da sola?

 

Laura:

Da sola, sì. Non sono sola? Non è un porto della solitudine questo posto? Non so raccontare balle, non so inventare, perché sono una invenzione. Perché ho finito troppo presto di scoprire che non c' è niente che mi interessa. Non è nuova come malattia, no? È una malattia che non fa pena, ed è una fortuna essere esclusi dalla compassione. Potrei essere un ottimo comico, far ridere, perché è comico non avere senso, e dire che niente ha senso. Ma ormai è secondario. Sai invece cos'ho fatto? Un giorno mi sono seduta davanti al nostro notaio greco e ho fatto la gatta. Tu dirai, dove ho imparato?

Non ci vuole una grande scuola. Una si mette lì e gliela fa sentire. Lui l'ha sentita. Da allora sono tornata nel suo ufficio. Tante volte. Abbiamo rimesso ordine nelle tue carte. Mi ha dato una mano e io pure.

 

Aida:

Il notaio?

 

Laura:

Potevo anche fare a meno di tutte quelle manfrine, anche perché non mi piace. Ha ancora dei parenti ad Atene, ha detto che mi ci porta. A me non piace far sesso. Ma lui ha il dono della brevità. Fa tutto in fretta. Cosa mi hai regalato?

 

Aida:

Laura?

 

Laura:

Chissà mio padre, bello com'era, che cosa faceva quando faceva l'amore? Cosa le dava?

 

Aida:

Laura.

 

Laura:

Basta con questa Laura. Laura vuole fartela pagare.

 

Aida:

Che cosa vuoi dire?

 

Laura:

Che ne so? Lasciami stare, è il mio compleanno.

 

Aida:

Laura, dimmi qualcosa.

 

Laura:

Com'è che hai scelto il notaio Varikis? Dove l'hai trovato? Era nell'agenda di Leonardo?

 

Aida:

Suo padre. Ma non è di questo che dobbiamo parlare.

 

Laura:

Come no? Sono incinta di lui. È il padre di mio figlio. Adesso, quando arriva ricordati che devi trattarlo con rispetto. Anche se ti ha tolto tutto. O quasi tutto. Ti dà un nuovo nipote. E tu sei così brava a occuparti di bambini. Pensi che sia probabile che te lo affideremo?  Io ti sembro forse una persona responsabile? Io sono come mia madre, o come mio padre. Non mi piace la mia giovinezza, ma ho quel portamento là, cammino verso la mia fine con il passo bilanciato di una modella. Sai una volta sono stata a una sfilata. C'era un fotografo che mi stava appresso e mi ci ha portato. Credevo che mi sarei annoiata e invece tutt'altro. Entravano una dopo l'altra bellissime, inesistenti, con quella leggerezza imparata, con quella sicurezza senza fondamento, pazienti come sante, madonne infilate in panni sempre diversi, in panni che di loro non dicevano nulla. Anche quando si intravedevano i loro corpi, anche quei corpi non dicevano nulla, dicevano la cura, l'ossessione della cura, lo splendore della cura. Avanzavano dentro il niente, e loro sapevano che era niente, ma da quel niente dipendevano come da una fonte di ossigeno e quel niente desideravano più di ogni altra cosa. Erano mie sorelle, erano le sorelle che non ho mai cercato. Erano me. Belle come me, più perdute di me. Pelle e ossa. Il mio amico mi chiedeva se lo spettacolo mi era piaciuto. Chi se ne fregava. Lui pensava che mi si fosse acceso il desiderio di fare quel mestiere. Che lui poteva presentarmi. Tu mi ci vedi, eh?

 

(attraversa il palco come sfilasse)

 

Aida:

Laura!

 

Laura:

Non sono brava? Ma certo che lo sono. Ma lui non aveva capito, così come non stai capendo tu. E del resto io non voglio che qualcuno capisca.

 

Aida:

Sei incinta.

 

Laura:

Incintissima. Non posso fare la modella.

 

Aida:

La modella.

 

Laura:

Che ne sarà di noi, nonna Aida? Non vuoi che ti chiami nonna.

 

Aida:

Dal giorno in cui tuo padre si è appeso, sono stata una madre.

Tu hai bisogno di un medico. Fra gli amici di Leonardo c'è uno psichiatra. Prendo un appuntamento. Andiamoci. Poi deciderai tu, cosa fare, come fare. Ma ti prego, andiamoci.

 

Laura!

 

Dobbiamo fare qualcosa. Io ho spento tutto, quando ho perso mia figlia, ho smesso di avere una vita mia. È stato come con questa casa. Buio. Ma la parte illuminata, quella era per te.  Quella è per te. Non ho avuto più passato, avrei potuto essere di quelle donne che tornano sempre a magnificare gli anni in cui si sono fiorite. Non l'ho fatto. Ho raccontato il tempo del partito, ho raccontato di quando ho incontrato tuo nonno, ho raccontato di quando è nata tua madre, ho raccontato, ma non ho ti passato nessuna nostalgia.

 

Laura!

 

Che cosa vuoi farmi pagare? Notaio, gravidanza, casa. Di cosa stai parlando?

 

Che cosa devo sapere? Sai, piccola mia? In questo preciso momento voglio tutta la nostalgia che ho negato. Voglio mia figlia, voglio il mio uomo, voglio il tempo che ho vissuto, tutto e tutto in una volta, il tempo che è stato mio, che è stato grande. E voglio te. Oh, tu non hai idea ogni giorno quanto futuro, quanti gesti, quanti occhi.

Tu non hai occhi bambina, tu non ce li hai, tu non sai guardare. Guardami. Ti ho detto di guardarmi.

 

Laura:

Non c'è bisogno che io ho lo faccia. Non è la prima volta. Ti ho guardata e ho ascoltato il tuo campionario di appellativi: anima, bambina fragolina, tutti quei nomignoli da schifo. Non mi interessa guardare. Cosa dovrei vedere dentro di te? Una storia che mi riguarda? Un rimprovero, una lezione, una forma di pietà? O forse dovrei vedere una donna e stringere con te una nuova alleanza solo perché sei una donna? Dovrei vedere quello che sei stata? E solo vedendo quello che sei stata dovrei provare qualcosa per te, e sentire che puoi darmi qualcosa?

Non mi dai niente. Nessuno può darmi qualcosa.

 

Aida:

Laura!

 

Laura:

Laura cosa? Cosa c'è? Ti sto spaventando? Non ci credo. Sei abbastanza ipocrita per non avere davvero paura di quello che sta succedendo.

 

Aida:

Perché? Cosa sta succedendo? Dimmi cosa sta succedendo!

 

Laura:

Io conto sul riscaldamento globale. Conto sulle guerre. Conto sull'intolleranza. Conto sui fratelli che uccidono i fratelli.

 

Aida:

No! Smettila.

 

(Aida cerca di chiudere la bocca di Laura con le mani e si accasciano entrambe a terra)

 

Laura:

Non devi avere paura della violenza organizzata. Terroristi, bande armate, mafie.  Devi avere paura di me, di quelli come me...

 

Aida:

Basta! Ti prego basta. Basta basta basta.

 

(Aida tiene la mano sulla bocca di Laura)

 

Hai parlato troppo e io ho ascoltato troppo. Non siamo capaci. Non avevo messo in conto che tu potessi farmi del male, che sapessi ripetere la strada di tua madre. Ma tua madre era così dolce. Quante volte l'ho tenuta così. No, non le impedivo di parlare, ma mi sembrava di impedire di farsi altro male. E allora si, io ci credevo che essere donne ci avrebbe aiutate. Più la sentivo allontanarsi più mi dicevo ora la ritrovo, mi metto sui suoi sentieri, e la ritrovo, e quando la ritrovo ci diciamo i pensieri che abbiamo tenuto segreti, ci diciamo come siamo fatte. Fragili, dannatamente fragili. Farfalle. E intanto cercavo in me la colpa, e non la trovavo. Laura, non la trovavo. E meno la trovavo più lei mi sfuggiva e si attaccava al suo bellissimo compagno, che era l'unico a preoccuparsi di te. Lui ti carezzava, ti metteva un giocattolo in mano. E poi, con la stessa gentilezza, aiutava tua madre ad avere le sue dosi quotidiane. Perfino Leonardo, per quello che valeva, se n'era andato, Leonardo se l'era squartato l'infarto. E io qui, nel regno abbandonato.

Non siamo capaci.

 

Laura:

Non ti fa ridere che sono incinta? No, non ti fa ridere.

Me li ricordo quei giocattoli in mano. Ma dopo, dopo che mi hanno cancellata ho smesso di ricordare. Cosa c'era da ricordare? Da allora ho sfilato sulla mia passerella, e tu non ti sei accorta. Perché avresti dovuto? Adesso quando respiro sento salire dalle viscere un sapore di marcio.

 

(Aida vorrebbe di nuovo impedirle di parlare)

 

Ma va bene così. Mi sembra che fartela pagare sia un compito possibile. O forse non sono capace. Avrei bisogno di una guida. Un vestito da mettere.

Il notaio non arriva. Non arriverà mai. Saremo per sempre qui da sole. Ci troveranno qui dentro e al contrario di noi il mondo sarà capace di commentare e trovare spiegazioni.

Che cosa patetica. Incinta?

 

Aida:

Adesso basta. Adesso stai qui. Hai ragione. Siamo sole, sole come chi non ha dove andare. E in effetti dove andremmo, se uscissimo insieme? Qui non c'è riparo, questo lo so, questo non è un posto dove si trova riparo. Un tempo sapevo cos'era il mondo, e mi sembrava di poter andare in un posto e di riempirlo con la mia presenza, e se non era la mia presenza era quella di chi mi somigliava. Ora non so riempire nemmeno quella poltrona, ci sprofondo, sparisco. E con me sparisce ogni desiderio. Avessi imparato a tacere. Tu vuoi essere la mia assassina, ma sei certa che basti? Riuscissimo ad arrivare assieme alla porta e ad avere pietà.

 

Laura:

Vediamo cosa mi hai regalato.

(apre)

Una collana di perle. Un regalo da signora. Non mi piacciono o piuttosto io non piaccio a loro. Magari piacerebbero al nostro notaio.

 

Aida:

Hanno saltato una generazione, le perle di mia madre. La tua non le ha mai avute. Le avrebbe vendute.

 

Laura:

Io preferisco vendere case. Si tratta pur sempre di disfarsi di qualcosa che non serve. Ti sembro una che gira con una collana di perle?

 

Mettiti in ginocchio.

 

Aida:

Cosa?

 

Laura:

Ti ho chiesto di metterti in ginocchio. Di spalle. Di spalle.  Così è più facile.

 

(le allaccia la collana intorno al collo)

 

Tu stai bene. Tu sei la signora che mio padre onorava con i suoi inchini. Tu hai il portamento di chi sa muoversi con una collana di perle. Buon compleanno, Aida.

 

Aida:

E adesso cosa succede? Una volta avrei saputo prendere una decisione e mi sarebbe piaciuto prenderla. Come quando ho lasciato Leonardo, come quando mi sono chiusa qui insieme a te. C'è stato un giorno, tanti anni fa, in cui ti ho portato al cinema e a metà film ti sei distratta, ti guardavi intorno nella sala buia. Mi hai chiesto di uscire e io ho insistito perché restassimo fino alla fine. Non mi hai perdonata. Chissà cosa c'era in quella storia che non ti piaceva.

 

Laura:

Hai ragione, mi ero distratta, ma non c'era qualcosa che mi premeva di più. Quella era una storia di altri. Tutte le storie sono storie d’altri. Ero già malata.

 

Aida:

Eri malata?

 

Laura:

Infatti. Te l'ho detto, io conto sul riscaldamento globale.

 

Aida:

E adesso? 

 

Laura;

Io sono stanca.

 

Aida:

Non andare via.

 

Laura:

(dietro Aida)

Io resto. Tu devi andar via.

 

(Laura esce con il passo da modella)

 

(Aida resta in proscenio)


Fine


 

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